GIOVANNI SCHWEIGER, nativo di Pieve di Cadore e padovano d’adozione, presenta alla « S. Vidal » paesaggi montani, liguri, della Riviera del Brenta e una cartella di grafica.
L’impaginazione condotta a cogliere la ricchezza ambientale, si avvale di azzurri, verdi e terre che meglio possono diversificare il serrato gioco del contrasto nella distribuzione degli elementi e in alcuni particolari accostati secondo la necessità della resa.
Il segno rapido si sospende nell’effetto di luce ed essenzializza la visione nei suggestivi accordi.
GENTE VENETA 7 febbraio 1981

Paesaggi campestri ed alcune Venezie delineate da un « segno pittorico » forte e decisivo, appena attenuato dall’impiego di colori vivaci e luminosi.
E’ tuttavia la struttura disegnativa della composizione che determina la caratterizzante prevalente di queste immagini all’interno delle quali l’apporto dei colori gioca un ruolo emotivamente secondario, quasi un semplice apporto formale ad un mondo già restituito con il solo segno.
IL GAZZETTINO di Venezia 1 febbraio 1981

Mostra personale del pittore G. SCHWEIGER alla Galleria S. Vidal.
E un pittore che predilige i paesaggi campestri con le loro vaste distese, con gli ampi orizzonti e i grandi cieli, e dimostra uno spiccato senso del colore.
A volte sono colori tenui, fluidi, spesse volte colori accesi, corposi, stesi a larghe campiture come a voler dare maggiore consistenza ad un cromatismo ricco di sensazioni, di sensibilità, di emozionalità.
Davanti a questi paesaggi si percepisce l’emotività di questo artista teso a trasmetterci, attraverso il colore, una poetica narrazione fatta da una realtà visiva e da una trascendentale forza interiore.
IL GAZZETTINO di Venezia 1 febbraio 1981 IL CORRIERE VENETO 3/9 febbraio 1981

Il pennello scorre rapido sulla tela, disegnando le case, gli alberi, le sponde di un fiume, stendendo ampie zone cro-
matiche accostate secondo accordi di serena assonanza.
Se i paesaggi di GIOVANNI SCHWEIGER sembrano formarsi lentamente, nel momento in cui il nostro sguardo li scruta, ciò è dovuto sia alla piacevole immediatezza delle composizioni sia alla voluta incompiutezza di alcune parti descrittive, soprattutto verso i margini dello spazio pittorico.
E’ come una sospensione del gesto creativo, che ci lascia trepidanti nell’attesa di un futuro sconosciuto; ma il fascino della situazione lo scopriamo — d’un tratto — proprio nell’attesa.
IL GAZZETTINO di Venezia 1 febbraio 1981LA VERNICE 1/2/1981 

La chiesa della Molinà

La pittura, quando autentica, svela sempre la qualita della struttura biologica dell’artista.
Così è per Gianni Schweiger, cadorino di nascita e padovano d’elezione. Si percepisce subito, nei suoi paesaggi, una tensione verso l’ordine, la congruenza formale, l’armonia.
Sono caratteri che si riconducono ad una declinazione «classica» dell’immagine.
Quindi nessuna forzatura del segno, nessuna deformazione espressiva, nessun affioramento di simbologie più o meno subconsce.

Il segno si staglia nitido, chiaro, anche a costo di diventare contorno marcato alla forma; lo spazio è partito secondo corrispondenze ed incastri ben cali, senza cedere a seduzioni della fantasia.
Una sorta di aurea misura e scandisce la composizione. Lo stesso colore, sulle tinte chiare, non ha accenti sensuali, bensì risponde a quel bisogno di chiarezza mentale che presiede a tutta l’opera dell’artista.
Queste opere recenti di Schweiger sono dedicate al paesaggio calabrese.
Si percepisce subito (ed è una qualità da non trascurare) l’adesione alla tematica: o meglio, l’immedesimazione nel «clima» particolare del Sud. 

Non si tratta tanto di tipologie edilizie, le quali restano nell’ambito di una sintesi formale, quanto di una sorta di simbiosi con l’ambiente.
Schweiger, cioè, arriva in Calabria e applica al paesaggio locale le coordinate mentali in lui radicate; ad esse aggiunge il senso di una solarità mediterranea, che appare evidentissimo, soprattutto nel senso di una dilatazione luminosa dell’immagine.
Direi che proprio il contatto ideale con la Magna Grecia si innesta in quel sentimento della classicità come ordine delle cose, che è – come accennato – alla base della poetica di Schweiger. Il tutto in una dimensione umana, quasi domestica, di quiete elegiaca.

Sono quadri semplici e, insieme, complessi. Essi discendono, certo, da una tradizione ottocentesca di richiamo al naturale, magari nutrendosi di un certo gusto formalistico anni Trenta.
Ma la loro qualità è di andare oltre l’immanenza temporale, oltre la stessa definizione stilistica.
Come dire: la mente che li guida è una mente che mira ad evidenziare la musica interna delle cose, al di là dalla «graziosità» del partıcolare.
Anzı: questı paesaggi potrebbero apparire persıno austeri, nel senso di una severità architettonica che li riporta ad un archetipo ideale dello spirito, non fosse che li riscalda un lieve tepore romantico, appena accennato, come un brivido lontano di piacere estetico.

L’artista, colto e intellettualmente aperto, sa dare quel tocco – un segno che svapora, un primo piano di luce diffusa, un colore che si fa nostalgico – da cui proviene un sentimento pacato di poesia. Piccole cose, corrispondenze sottili di senti-menti.
Anche così, oggi, si può dipingere: fuori dal tempo, dentro la natura. L’importante è che la guida sia equilibrata: che cioè istinto, cultura, sentimento si bilancino.
E la grande lezione di una cultura classica che si riflette, dolcemente, in questi paesaggi calabresi di nitida, trasparente bellezza.

Paolo Rizzi