Vittorio Schweiger nasce a Trieste nel febbraio del 1910 da famiglia ebrea viennese.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, la famiglia fa ritorno a Vienna, dove il padre deve partire per il fronte russo e
ferito alla mano destra.
E’ durante la lunga convalescenza, per facilitarne la rieducazione, che viene incoraggiato a disegnare, cavandosela niente male.
In questo modo la pittura entra nella famiglia Schweiger, dove la necessita ha giocato un ruolo determinante nella scoperta del talento del figlio.

Da Vienna la famiglia si sposta a Merano dove il clima meglio si addice alla cagionevole salute del padre ed e qui che avvengono le prime, precoci esperienze, sotto la guida di Lenharat, assai noto esponente della scuola di Monaco.

Il classicismo più genuino, ove tecnica e applicazione sono condizioni irrinunciabili per la formazione artistica.
Una veste mentale acquisita naturalmente, alla quale, nella sua lunga vita artistica mai ha saputo rinunciare e che ha saputo trasmettere ai pochi, assai pochi discepoli. Mentre acquisisce il mestiere di odontotecnico presso il famoso Dott. Singer, alimenta le sue passioni giovanili, la seconda delle quali, e non meno importante per la sua vita futura, è l’alpinismo.

Sicuramente la prospettiva di avere a disposizione le mitiche Dolomiti del Cadore deve averlo spinto a trasferirsi a Pieve di Cadore negli anni 30, dove è rimasto, salvo un breve ritorno a Merano, fino agli anni ’70.
E qui che entra in contatto con i principali pittori cadorini e bellunesi: Tiziano De Luca, Pio Solero, Celso Valmassoi, Armando Buso, Romana D’Ambros, Virginio Doglioni, Nando Coletti, Oscar Milanesi, Fiorenzo Tomea, Augusto Murer e Bruno Milano.
E qui che si crea un entusiasmante sodalizio di giovani artisti che sanno dare testimonianza della dura vita della montagna. Con conseguenti mostre collettive provinciali e regionali, la prima delle quali nel 1933 a Belluno, testimonianze di vivacità intellettuale.

La guerra interrompe momentaneamente queste attività ed egli deve rifugiarsi a Vittorio Veneto, dove rimane nascosto per evitare la persecuzione antisemita fino al suo termine.
Di questo periodo sono bellissimi i carboncini su carta da lettere di parenti, contadini e partigiani nei quali si può notare che le preoccupazioni non gli fanno tremare la mano.
Il ritorno alla normalità coincide con la ripresa dell’attività produttiva ed espositiva.
Accettato alla Biennale di Venezia del ’48, alla quadriennale di Roma del ’51, prende parte a significative esposizioni alla Galleria Bevilacqua La Masa di Venezia, alla Biennale Triveneta di Padova, al Premio di Pittura “La Colomba” nel ’51 e al Premio di Pittura “Città di Melfi” nel ’53.

E questo il periodo della ricostruzione materiale e morale del paese.
La rinascita intellettuale e politica che porta a forti contrapposizioni non lo risparmia. È il momento delle scelte: bisogna abbandonare le pur valide ricerche del soggettivo per un linguaggio più universale.
Oggetto l’uomo sul quale riversare tramite segno e carica cromatica la propria emozionata partecipazione alla sua sofferta esistenza.
Il segno si fa duro, il colore, come lacrima che cola, con tonalità prevalenti molto scure. Una situazione al limite del più cupo pessimismo.
La spiegazione possibile e che, dopo aver partecipato intensamente all’attività e al dibattito artistici, con l’affacciarsi di forme pittoriche (astrattismo) per lui non condivisibili e la loro affermazione mercantile, egli abbia scelto, con coerenza, un mondo intransigentemente figurativo, in un’emarginazione volontaria.

La studiata costruzione compositiva, la essenzialità rappresentativa, la scelta tematica hanno il significato di una ferma opposizione, ahimè, del tutto personale ed isolata, una voce nel deserto artistico del periodo, perseguita con cocciuta determinazione.
Solamente negli anni ’80, con il trasferimento fra le dolci colline vittoriosi, la tematica cambia e la tavolozza schiarisce.
L’ambiente lo condiziona favorevolmente, i soggetti se pur impegnati diventano più fantasiosi.

Oltre il duro lavoro, temi mitologici o religiosi e cavalli, tanti cavalli, temi che sempre più testimoniano la saldezza della preparazione tecnica e culturale, il disinvolto percorso di un, con un termine oggi abusato, tuttologo, che trova la sua ispirazione anche e soprattutto nella musica.
Se il cambiamento è dovuto alle mutate condizioni ambientali, la successiva visibilità, alla generosa sollecitazione di amicı ed estimatori che hanno non poco contribuito a smussare gli annosi spigoli.
E del ’91 la sua prima antologica, per i sessant’anni di pittura, alla Galleria San Vidal a Venezia, purtroppo non personalmente goduta a causa di un malessere che lo costringe in ospedale ed a una lunga convalescenza, che lo porta a dipingere gli oggetti di casa, piatti, bicchieri tovaglie ed altro.

Del 1998 è la mostra alla Casa Abbaziale dell’antico eremo dei Camaldolesi di Rua di Feletto, del 1999 quella a Casa Cima di Conegliano, del 2000 alla Galleria La Cantina di Latisana, del 2001 l’importante antologica alla Casa dei Carraresi di Treviso, del 2002 quella a Palazzo Piazzoni di Vittorio Veneto, del 2003 al Palazzo delle Prigioni a Venezia e del 2004 alla Chiesa San Pauletto al Piano a Ceneda di Vittorio Veneto con il tema della conversione di San Paolo.
Questo percorso ha avuto lo scopo di far conoscere, anche se in parte, la sua vasta produzione di dipinti e disegni che ha caratterizzato l’ultima parte della sua vita, perseguita sempre con giovanile entusiasmo. Si spegne nel febbraio del 2005 a Vittorio Veneto, pochi giorni prima del compimento del suo 95° compleanno.